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Le differenti modalità per investire in digital assets


Negli ultimi anni, l'interesse verso gli asset digitali è cresciuto in modo significativo e insieme a questo si sono sviluppate alternative sempre migliori per semplificare, tutelare e aggiungere funzionalità a chi desidera possedere degli asset digitali anche a scopo di investimento.

Ad oggi inoltre possiamo annunciare una novità che crediamo possa aiutare a prendere esposizione a questa nuova asset class anche a chi fino a questo momento aveva rinunciato ad investire perché scoraggiato dalla complessità di gestione o fiscale, o dalla mancanza di sicurezza di alternative precedenti.

Ma vediamo le alternative con ordine, per la precisione in ordine cronologico:


SELF CUSTODY

Dai primi giorni di inizio 2009, l'unico modo per acquisire e conservare Bitcoin era attraverso la “self custody”, ovvero la custodia personale delle proprie chiavi private tipicamente salvate in un file o su un pezzo di carta. (nota bene: le chiavi private sono delle “password” che servono per movimentare i rispettivi Bitcoin che controllano. Persa o rubata questa chiave privata, i Bitcoin collegati sono persi per sempre). Siccome entrambe le opzioni di salvare queste chiavi private in un file di un PC (peggio se connesso a Internet), oppure su un pezzo di carta, presentano diverse problematiche in termini di sicurezza, alcuni anni dopo sono stati inventati gli hardware wallet, delle chiavette che nascono con il compito di custodire questi segreti con maggiore sicurezza. La self custody può essere considerata quindi una modalità sicura, in quanto elimina completamente ogni rischio “controparte”, ma per essere considerata tale richiede competenze specifiche e una consapevolezza delle implicazioni di sicurezza della impostazione che si sceglie di utilizzare.

Inoltre, questa modalità di custodia di asset digitali, oltre a non essere adatta a tutti, non fornisce una soluzione semplice per il passaggio generazionale, cioè la questione di come gli eredi potessero recuperare gli asset digitali in caso di eventi imprevisti.

Se i “massimalisti” della self custody precisano spesso “not your keys not your coins”, si potrebbe anche rispondere loro “your keys, your problem”.


EXCHANGE

Dal 2010 un sito nato per lo scambio di figurine di nome MtGox (da “Magic The Gathering”) inizia a offrire lo scambio di Bitcoin ai suoi Clienti (ma nel 2014 dichiarerà bancarotta a seguito di un hack).

Nati per favorire lo scambio tra valuta a corso legale e criptovaluta, gli exchange diventano presto anche strumenti di custodia, in quanto molto spesso chi acquista criptovalute le lascia in custodia presso la piattaforma in cui le ha acquistate, che tipicamente cerca di disincentivare il prelievo degli asset e incentivare il trading (sfrenato).

Riconosciamo che gli exchange hanno svolto un ruolo importante nella diffusione dei digital asset, in quanto hanno fortemente semplificato l'accesso al mercato e fornito una soluzione semplice al problema del passaggio generazionale, a condizione che gli eredi venissero informati delle posizioni aperte.

D’altro canto, gli exchange hanno dimostrato tutti i loro limiti per quanto riguarda affidabilità e sicurezza, come dimostrato dagli hackeraggi e le frodi che li hanno coinvolti frequentemente e sistematicamente.

Inoltre, a partire da quest’anno in Italia la nuova normativa fiscale, che obbligherebbe i Clienti degli exchange a effettuare complessi calcoli in merito alle loro eventuali plusvalenze superiori a 2.000€, li sfavorisce molto agli occhi di chi intende investire somme non triviali.


ETP

Non passa molto tempo, e le istituzioni finanziarie si accorgono del fenomeno degli asset digitali come una potenziale nuova asset class che può offrire valore nella costruzione di portafoglio con un orizzonte temporale sufficientemente lungo.

A partire dal 2013 nascono i primi Trust in USA che investono in Bitcoin, ma la vera evoluzione avviene a nostro avviso nel 2018 con la nascita dei primi ETP (c.d. Exchange-Traded Products). Gli ETP sono strumenti finanziari regolamentati, che offrono un accesso semplice al mercato, offrendo agli investitori la tutela di una segregazione efficace del patrimonio, garantendo sia semplicità che sicurezza. Inoltre gli ETP garantiscono semplicità di gestione dal punto di vista fiscale (l’intermediario in Italia funge da sostituto di imposta, senza gravare l’investitore di altri adempimenti) ed efficienza, perché plusvalenze e minusvalenze di questi ETP sono classificate in Italia come “redditi diversi” e quindi permettono la compensazione.

In questi ultimi anni sono nati diversi emittenti di ETP ed ad oggi si contano quasi 100 strumenti listati in mercati regolamentati europei, tipicamente che replicano uno specifico coin o token, piu’ raramente un basket di crypto.

Ma se gli ETP sono così semplici ed efficienti, cosa manca loro?


FONDO COMUNE DI INVESTIMENTO

Come avviene per i mercato tradizionali, un fondo comune di investimento è uno strumento che mira a fornire agli investitori un servizio di allocazione e costruzione di un portafoglio diversificato selezionando di volta in volta gli investimenti e gestendoli attivamente nel tempo, cercando per conto degli investitori le migliori opportunità e cercando di controllare il rischio in caso di momenti negativi del mercato che, nel caso particolare dei digital asset, possono essere molto impattanti.

Se i primi fondi dedicati all’investimento in criptovalute si annoveravano nella categoria dei fondi “speculativi” o “alternativi”, tipicamente riservati ad investitori professionali o istituzionali, e con soglie di ingresso elevate, ad oggi possiamo annunciare il lancio del primo fondo UCITS in Europa che consente l'esposizione agli Asset Digitali, attraverso l’investimento in ETP, anche ad investitori al dettaglio a partire da un investimento minimo di 1.000€.

Il vantaggio di un fondo comune di investimento rispetto agli ETP è la possibilità di avere una gestione attiva, sia nella scelta e nella rotazione dei digital assets sottostanti, sia nella esposizione al mercato, dove in certi casi, come il “crypto winter” appena passato, risulta fondamentale ridurre per non andare incontro a perdite rilevanti.

Quindi il vantaggio di un fondo comune rispetto ad un ETP, che ne giustifica il costo aggiuntivo, è da ricercarsi nella gestione attiva in primis e nel risk management, vista anche la necessaria diversificazione e la polverizzazione del rischio controparte.


Vuoi saperne di più? STAY TUNED!

Daniele

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